Morte alle patate

Teheran ieri era sospesa tra la voglia di occupare la piazza e la paura. Uffici e negozi sono stati chiusi presto per evitare i disordini. Ai giornalisti stranieri è stato intimato l’ordine di non mettere piede alle manifestazioni. Per tutta la mattinata si sono rincorse voci che l’incontro tra un lato e l’altro di Vali-e-Asr, il lunghissimo viale alberato che unisce il nord e il sud della capitale iraniana, potesse trasformarsi in un’ennesima carneficina. Leggi Coro persiano, l'intervista al dissidente Taheri
19 AGO 20
Immagine di Morte alle patate
Anche Mir Hossein Moussavi ha chiesto ai dimostranti di non rischiare la vita e rinunciare all’annunciata marcia da piazza Vali-e-Asr alla sede della tv di stato Irib. Ma i contestatori non si sono lasciati intimidire. Mentre la televisione teneva i riflettori puntati sulla grande adunata in onore di Mahmoud Ahmadinejad (che nel frattempo era andato e tornato da Mosca), testimoni raccontano che la manifestazione rivale si svolgeva come programmato con i partecipanti vestiti di nero. Un lutto in ricordo dei morti di ieri l’altro, ma anche un lutto in segno di provocazione. “Saremo di nero visto che siamo inesistenti, ombre, fantasmi, replicanti agli occhi del regime”, ha detto un ragazzo al Foglio. Il loro slogan beffardo, in campagna elettorale, era “Morte alle patate!”: contro le casse di tuberi distribuite da Ahmadinejad ai suoi comizi per ingraziarsi gli elettori.
La riconquista dello spazio pubblico di Ahmadinejad sembra già fallita. Lo schermo sembra regalare l’immagine coesa della sua piazza. Chi c’è racconta che i suoi agitano bandierine iraniane e cantano “Ey Iran”, l’inno monarchico, riveduto e corretta per regalare alla gente di Ahmadinejad una glossa nazionalista. Ma poi la telecamera di regime sbaglia inquadratura. Chi è a casa a guardarsi Vali-e-Asr che difende l’onor patrio-islamico si ritrova sotto gli occhi ragazzi che si fanno beffe dei servizi di sicurezza e agitano fazzoletti verdi a favor di inquadratura proprio nella tana del lupo. Perché la differenza tra l’Iran di Ahmadinejad e l’altro è che il primo obbedisce agli ordini e il secondo ha deciso che che bisogna approfittare di questo momento per cambiare le regole del gioco. Non si tratta più soltanto di studenti idealisti, di operai che non vengono pagati da mesi, di intellettuali, di ricchi borghesi o espatriati. C ’è un po’ di tutto: bazaari e aristocratici, chador e ragazze alla moda, chi crede in un’evoluzione del sistema e chi lo vuole abbattere, chi ha creduto nella rivoluzione e chi l’ha subita, chi spera in Moussavi, chi ha interessi legati ai mullah tycoon alla Rafsanjani.
Hanno capito che il regime sta vacillando. “Il re è nudo. Non ci fermeremo. Più persone saranno costretti ad ammazzare più si indeboliranno”, dice un riformista deluso al Foglio. Nessuno sa dove porterà l’insubordinazione di queste ore. Per calmare gli animi il Consiglio dei guardiani ha ceduto promettendo una riconta parziale dei voti, una retromarcia impensabile. L’uomo per tutte le stagioni, Hashemi Rafsanjani, cavalca l’onda e rassicura Qom: bisogna assecondare gli eventi per non esserne travolti. Ma mentre si susseguono notizie di rivolte a Isfahan, Shiraz, Tabriz e Urumieh, comincia a circolare un manifesto che chiede non soltanto la ripetizione del voto e la cacciata di Ahmadinejad, ma invoca una revisione della Costituzione, la cacciata di Khamenei e al suo posto l’ayatollah Hussein Ali Montazeri. E il giorno in cui doveva dominare la paura è stato un altro giorno di speranza.
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